Io e Flower

Di svezzamenti: giorno cento

Fino a ventun’anni non ho mangiato nulla che fosse verde. Quindi le mie uniche verdure erano pomodori (rossi) e melanzane (viola). Al massimo qualche zucchina, ma proprio per l’eccezione che conferma la regola. E anche il resto, cioè quello che verde non era, lo accoglievo nel piatto sempre con aria schifettosa.

Si può dire che mi ha “svezzato” mia suocera quando, a ventun’anni, appunto, mi ha accolto in casa sua con un perentorio “quello che c’è si mangia” (in altre parole: se vuoi mio figlio, le regole di casa mia sono queste e te ne devi fare una ragione). E grazie a lei, per me, ecco che il cibo è diventato un fatto d’amore.

Leggende antiche sul mio svezzamento, poi, vogliono che sia campata a capellini d’angelo annegati nel sugo fino a sette anni e mi sia nutrita di latte nel biberon a colazione fino a cinque anni.

Insomma, non ero proprio la mamma adatta a prendere de core i dettami dell’autosvezzamento. Ho preferito dunque, con Flower, crogiolarmi nelle facili pappette. E i primi tempi, nonostante abbia svezzato Flower a sei mesi passati, non sono stati affatto facili. Ricordo il rifiuto categorico di cibo durante la prima settimana e la ricerca spasmodica della tetta subito dopo la pappa; ricordo, dopo quindici giorni, qualche barlume di speranza grazie ad un’accettazione maggiore del cibo (fame?), ma comunque senza grandi slanci.

Poi, un giorno, Flower si è svezzata da sola. Ha deciso che le pappette magnatele tu, lei voleva esattamente quello che mangiavamo io e il papà. Pane? Pane. Carne? Carne. Spaghetti all’amatriciana? Spaghetti all’amatriciana.

E io, incredibilmente (l’istinto materno non smette mai di stupirmi) l’ho capito. Ho capito che le consistenze non dovevano essere cremose, ho capito che andavano bene le cose sminuzzate, ma non frullate. Ho capito che le stelline si ma ogni tanto, preferisce gli spaghetti numero cinque tagliati. Ho capito che se si mangia qualcosa di diverso dal suo cous cous con le verdure, beh, lei DEVE assaggiare anche quello che mangiamo noi. Deve perché se lo prende da sola, adesso che sa farlo, per poi finire tranquillamente il suo piatto (e metà del mio).

Flower mi ha insegnato che nei confronti del cibo si deve essere curiosi.

Mi ha insegnato che prendere una mollica tra l’indice e il medio fa aumentare la difficoltà di centrare la bocca dell’80%, ma vale comunque la pena provare.

Mi ha insegnato che quello che sceglie l’altro dal menù è sempre più buono.

Mi ha insegnato che dopo il prosciutto, l’acqua è più fresca.

Mi ha insegnato che se alle otto si mangia, alle sette e cinquantotto c’è da aver finito di cucinare, sennò non fa in tempo a freddarsi.

Mi ha insegnato che i denti non servono, se si ha una supersaliva che sa ammollare anche i costoni della pizza.

Mi ha insegnato che la punta del cono gelato può anche essere usata come ciuccio, in mancanza del ciuccio.

Mi ha insegnato che quando cade qualcosa sul seggiolone bisogna scoprire cos’è inzuppandoci le dita.

Mi ha insegnato che il piatto è meglio sia di plastica, che il coccio è assai fragile e fa crash quando cade a terra.

Mi ha insegnato che finché si sta a tavola, che finché qualcuno ancora mastica, beh, anche lei deve mangiare qualcosa.

Mi ha insegnato che a fine pasto si guarda il piatto vuoto e poi si fa yuppi, sorridendo e tirando le braccia tese in alto verso il cielo.

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3 thoughts on “Di svezzamenti: giorno cento

  1. Io di autosvezzamento so poco…mi sono affidata allo svezzamento classico e Paola x fortuna apprezza tutto. Ma tua figlia mangia quello che preparate x voi? E col sale come fate?

    1. Ma anche io ne sapevo pochissimo…ti dico, è venuto da sé perchè ha sempre preferito il nostro cibo al suo. E noi mangiamo mooooolto sciapo!

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