9 Mesi · Io e Flower

Di mamme, lavoro e beneamata disoccupazione

In questi giorni, per un motivo o per l’altro, mi sono trovata spesso a ragionare di mamme e lavoro.

Ed è giusto, dunque, ricordare a tutti che io sono una mamma disoccupata. Anzi. Felicemente disoccupata (e manco la percepisco, la disoccupazione!).
Diciamo che la mia recente storia lavorativa mi ha vista a dirigere per fatti miei l’ufficio stampa di una web agency; dico per fatti miei, perché il capo non era mai presente e tranne rari casi ho sempre preso le decisioni lavorative da sola, al massimo insieme al mio team (si, bello lì per lì perché non avevo impicci, ma decisamente poco formativo soprattutto visto il mio contrattodiapprendistato, chiaramente farlocco).
Dicevamo: decisioni, giuste o sbagliate che fossero, prese da sola. Evidentemente un minimo di discernimento mi veniva riconosciuto nonostante i miei 25 anni.
Poi, ecco qua il primo incidente: ho deciso di sposarmi e di prendermi le meritate e dovute ferie per il viaggio di nozze.
Ed ecco che, improvvisamente, la mia capacità decisionale è stata messa in dubbio e non sono più stata invitata alle già sporadiche riunioni col boss.
Certo, matrimonio uguale figli. E quindi pericolo di lunghe maternità, poi permessi per andarlo a prendere a scuola…
Ma allora mi chiedo, perché assumere quasi tutte femmine in azienda? Perché rischiare che anche la più scapestrata, anche senza fede al dito, potesse rimanere accidentalmente incinta?

E non uso questo termine a caso. Il neonato pargolo di una mia ex collega, rientrata in ufficio dopo la maternità, fu palesemente paragonato ad un “incidente, come quando un giocatore di pallone si rompe i legamenti e non può disputare la Champions League” (cit.).
Ora, è evidente quanto il mio capo fosse becero e di quanta pochezza fosse capace… eppure da una parte ci aveva visto lungo: assumere donne in azienda equivaleva ad avere un lavoro fatto bene, un lavoro “de core”, minuzioso e attento. Sarebbe stato importante ricordargli che le donne, diventate madri, diventano ancor più meticolosamente multitasking… ma era troppo tardi, perché io avevo già deciso di licenziarmi.
La decisione viene, però, per motivi logistici e di stile di vita. Fare la pendolare con un’ora di viaggio all’andata e un’ora al ritorno, in balia di Trenitalia e dei mezzi di Roma (e chi è di Roma può capire) dopo quattro anni, era diventato troppo persino per me che Roma la amo. Uscire alle setteedieci la mattina e rientrare alle ventiequaranta la sera, pensando di allargare la famiglia, non era possibile.
E forse è stato lì che ho capito realmente di voler essere mamma, di desiderare qualcosa che sancisse il nostro amore, di voler profondamente e inconsciamente provare un amore che immaginavo travolgente (e non avevo ancora capito quanto lo sarebbe stato).
Così, il 7 gennaio 2015 mi sono licenziata, il capo non mi ha nemmeno salutata e io mi sono morsa i gomiti per aver fatto le cose per bene e per non essere rimasta incinta, non essermi presa il permesso fin dal secondo mese (qualunque ginecologo me l’avrebbe firmato subito visto il viaggio che affrontavo per arrivare in ufficio) e non essermi licenziata una volta che la maternità fosse finita.
Ma si sa, sono una cretina.
Comunque, essendo una cretina abbastanza brava nel mio lavoro, ho subito trovato un altro posto come commerciale in una emittente tv privata a quindiciminuti di macchina da casa (‘na roba che manco mi sembrava vero!). Peccato che la mia nuova capa procastinava e procastinava il contratto, e procastina che ti procastina, il 6 febbraio 2015 sono rimasta incinta.
Ricordo ogni risveglio di quei primi tremesi, con la gioia nel cuore, l’ansia nello stomaco e la paura a indossare i jeans. Jeans che a maggio non mi sono più entrati. E i primi tremesi di segreto erano passati. Così ho dovuto “confessare” il mio stato (paonazza in faccia e con un’ansia…) e, manco a dirlo, il contratto si è spostato da modalità “procastinato” a modalità “nontelofaremomai“.

Così, ho lavorato in nero fino a fine giugno e poi mi sono detta: per due spicci manco vale la pena, manco a darle la soddisfazione, decidendo di passare i tre mesi più felici della mia vita spaparanzata in spiaggia e servita e riverita dai miei genitori in trasferta estiva alla casa al mare.

Da precisare, infine, le tante belle parole della capa: da “potrai lavorare da casa quando vorrai” a “metteremo un fasciatoio qui in ufficio per portarti la bambina”, da “poi mi farai sapere tu quando sarai pronta a ricominciare” a “ti aspettiamo, siamo una squadra”.
Tutto vero. Anche se mi ha poi chiamata a inizio gennaio (Flower aveva tremesi nemmeno) perché sarebbe stato meglio ricominciare, al mio “no, aspettiamo febbraio/marzo” si è fatta un po’ rodere e, pensa un po’, non solo non ha comprato un fasciatoio per la pargola ma non mi ha più nemmeno chiamata.

E sinceramente nemmeno io.
Perché ora voglio fare la mamma. Godermi ogni momento di questa crescita che nessuno stipendio può ripagare (figuriamoci cinquecentoeuroinnero), che nessuna soddisfazione lavorativa può oscurare nemmeno per un attimo. Io e Marito abbiamo il suo stipendio e l’aiuto del pubblico, per fortuna.

Quindi, consapevolente, egoisticamente e felicemente io me la godo.

3 thoughts on “Di mamme, lavoro e beneamata disoccupazione

  1. Bel post…ti capisco perché anch’io ho dovuto smettere di lavorare con la mia seconda gravidanza (non a causa della mia situazione ma per altri motivi legati all’azienda). Ma volevo rassicurarti: stai tranquilla, che anche con un contratto “vero e proprio” i capi sanno lasciarti a casa in malo modo, costringendoti pure ad andare dall’avvocato per farti dare i soldi (emessi per la metrnità dall’Inps) che ti spettano e che invece l’azienda si è trattenuta per sé.

    Quindi…un bel respiro e guardiamo avanti: il mondo è ricco di opportunità e sì, il tempo passato coi figli piccoli non ha prezzo. Seppur con meno soldi da spendere!

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