9 Mesi · Io e Flower

Di com’era essere incinta, per me

In queste ultime settimane ho scoperto che tre ragazze che conosco sono incinte. Tre ragazze che non sento spesso, anzi quasi mai. Tre ragazze conosciute in tre contesti e tre città diverse. Ma la gioia dell’attesa di queste tre ragazze mi ha fatto ripensare a quando, la scorsa estate, mi sentivo io così. Cosa avrei voluto sentirmi dire? Forse questo post sarà inutile per molte future mamme perché non do consigli su ecografie morfologiche o olio di mandorla per evitare le ragadi. Ma spero che queste tre ragazze sappiano che i loro pensieri, in questo momento, sono gli stessi pensieri di felicità e terrore che anche io ho avuto, un anno fa.

Com’era essere incinta?

Era come aver trovato il mio posto, che dovevo tenere occupato per te. Sistemando il cuscino sulla sedia e cacciando quelli che, con la prepotenza, cercavano di sedersi.

Era come avere dentro di me tutte le nenie, le ninnananne e le filastrocche di centinaia di generazioni di donne. Una melodia continua che canta e culla, rilassa e tranquillizza.

Era come un’attesa che si compiva solo nell’atto dell’aspettare. Ore passate a pensare, a contare giorni e settimane: domani finalmente ecografia, la rivedo! Sono nel settimo mese! Ma perché quaranta settimane sono nove mesi e non dieci?

Era come un sogno, un’idea, un’aspettativa. Addormentarsi sperando di sognarla ancora, sperando di vederla in viso (che sogni strani!); ma tanto sapevo che sarebbe stata mora e riccia con gli occhi neri. E poi eccola, con quegli occhi verdi e i capelli castani!

Era come essere il centro della scena, la protagonista, l’occhio di bue. La più bella, quella che se passa gli altri si devono spostare con un sorriso e un gesto cavalleresco della mano (o almeno dovrebbero).

Era come avere di nuovo negli occhi tutte le lacrime piante fino a quel momento. Lacrime che tornavano pure e fresche e che potevano essere dolcemente versate la sera prima di dormire, la mattina davanti a una tazza di caffè mentre ascoltavo “Gli uomini non cambiano“, il pomeriggio stesa sul divano davanti a Grey’s Anatomy.

Era come essere il tempo, come avere il tempo; tutto il tempo del mondo. Un eterno presente fatto di gesti e rituali, di suoni e parole dove tutto è lento, lungo e legittimato.

Era come sentire il peso della stanchezza, di notti senza sonno e con il cervello chiuso dalla paura. Era una stanchezza preparatoria, ma questo l’ho capito soltanto dopo.

Era come essere il mondo, tutto il mondo, sentendosi dentro qualcosa di primordiale, il sangue che ribolle, il miracolo che si compie. La vita che continua.

Untitled-1

Rispondi