Io e Flower

Siamo noi a doverci adattare ai figli o i figli devono adattarsi a noi?

Siamo noi a doverci adattare ai figli o i figli devono adattarsi a noi?

Questa domanda è fulcro di discussioni di ore e ore con Marito. Lui sostiene che la verità (come sempre) sta nel mezzo, per me non è proprio così.

Allora ho riflettuto sulla mia posizione, cercando di capire da cosa fosse motivata.
Ho pensato a cosa è cambiato in me quando ho visto le due lineette rosa.

Inizialmente poco, devo dire, tranne che potevo appropriarmi del riposo che mi spettava crogiolandomi in una adorata nullafacenza spaparanzata sul mio divano. Poi, però, quando la testa si alzava forzatamente dal cuscino, ero persino in grado di formulare dei pensieri; il primo fra tutti: dovevo occuparmi di Flower. E questo significava molte cose, alcune da attuare nell’immediato della gravidanza, altre che sarebbero subentrate poi.

Ad esempio, io che sono partita di notte da Latina con mio marito per un pranzo a Firenze e una passeggiata Oltrarno (perché che bello un weekend fuori, facciamolo, l’abbiamo sempre fatto!), mi sono trovata a dovermi sedere per mezz’ora su una panchina di fronte alla stazione di Santa Maria Novella, stanca e indolenzita (e nei primi tre rischiosi mesi di gravidanza). In quell’occasione, quel pomeriggio assolato a Firenze, ho capito che le mie abitudini sarebbero dovute necessariamente modificarsi: era il mio corpo ad ordinarmelo. Non dovevo stancarmi.

Può sembrare un’ovvietà, ma per me non è stato così. È stato un segnale di quella che sarebbe dovuta essere la mia nuova vita, la nuova vita di una coppia viaggiatrice che intraprende il viaggio di diventare genitori. La mia indole viaggiatrice e un po’ zingara (si parte due settimane? Va bene uno zaino in due!) si sarebbe dovuta adattare, ridimensionare. Cambiare.

E non solo; tante piccole sfaccettature del mio carattere sono state intaccate da quelle due lineette rosa: la paura dei ragni e delle api che mi faceva scappare al volo è diventata necessità di cacciarli a mani nude se si avvicinano a Flower, sticazzi se mi pungono.
I pomeriggi di nullafacenza e di serie tv fino all’alba sono diventati una puntata di Grey’s Anatomy a settimana vista sul cellulare e con l’audio volume 2 per non svegliare la pargola.
I disegni e le ore al computer sono diventati pomeriggi in cui chiedo ai nonni di tenermela per un’ora così da combinare qualcosa e non restare indietro con i lavori (e con la passione).
Le cene organizzate a casa, magari a tema con pomeriggi interi passati a cucinare, sono diventate pizze da asporto.
Le chiacchiere con le amiche sono diventate “scusate, voi restate qua a parlare, io mi metto di là ad allattare, ci vediamo dopo. O forse domani“.

Quindi, sono stata io ad adattarmi a Flower.

Forse alcune cose dipendono dalla mia indole, dipendono da una sorta di arrendevolezza caratteriale e forse ancor più da una necessità – che sento prepotente dentro di me – di legittimarmi ai miei stessi occhi come una mamma. Una mamma che sa occuparsi di una bambina.

Dunque il mio adattarmi è dovuto ad un’insicurezza di fondo? Probabilmente si, ma non posso farci niente.

E sì che sono sempre uscita da sola con Flower a passeggiare, io e lei. Ma so che ci sono degli orari e dei momenti della sua routine giornaliera che, se vengono modificati, portano pianti e stranezza.

E allora, se so che una mia azione può alterare quel clima che fa dire a tutti “oh, com’è tranquilla questa bambina” e, soprattutto, la fa stare bene, perché devo far adattare lei a me?

Posso rinunciare a qualcosa? Si. L’ho già fatto ogni giorno di quei nove mesi di gravidanza e continuo a farlo da dieci mesi. Ogni giorno.

Sì, a volte mi pesa. A volte mi piacerebbe davvero tornare a quei pomeriggi, a quelle chiacchiere, a quei viaggi. Forse ci saranno di nuovo, tra qualche anno, forse non ci saranno mai più e resteranno splendidi ricordi. Forse ci saranno e saranno diversi.

Forse, semplicemente, sono cresciuta e non è che devo fare per forza l’adolescente fino a 50 anni. E nemmeno ne ho voglia.

Ma ora c’è lei; e rinunciare non mi sembra una rinuncia.

4 thoughts on “Siamo noi a doverci adattare ai figli o i figli devono adattarsi a noi?

  1. I bambini si adattano tanto, chiediamo loro tantissimo ed è secondo me un gesto di grande rispetto adattarci a loro il più possibile.
    Imparano piano piano tante cose e devono adattarsi a tutti i cambiamenti del loro corpo che sono tantissimi nei primi due-tre anni.
    Per quanto possibile ho sempre cercato di assecondare i tempi di mia figlia ed è stata una componente di serenità farlo. Certo attorno la società pressa certi ritmi e a volte tocca mediare, ma sento sempre che più rispetto i ritmi di mia figlia e più sto bene, entrambe stiamo meglio.

  2. Ciao cara, grazie per il commento. Sicuramente è vero che i bambini si adattano (e a volte gli piace adattarsi) più di quanto crediamo ma – come hai giustamente detto – questo non deve portare ad una mancanza di rispetto nei loro confronti, non dobbiamo approfittarcene!
    E, cavolo, quanto scassa ‘sta società!! 😣

  3. Come osservi tu, nel finale del bel post, rispettare i ritmi dei nostri figli non è una rinuncia, è un atto d’amore naturale.
    In molti casi adattarsi ai loro tempi è un’opportunità, quella di scoprire la bellezza del tempo lento, dell’ascolto, dell’intimita’ della casa e tanto altro.
    Bacini a Te e Flower.
    Ketty

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